Finalmente ho trovato il tempo per andare a vedere la mostra di fotografia: Michael Kenna - Retrospective Two.
La retrospettiva mi è piaciuta molto. Le sue foto mi danno l'idea della solitudine, ma non in senso negativo. Quella di Kenna mi pare una solitudine voluta e cercata per stare a contatto con se stessi e con la natura. Che le sue foto mi piacessero molto era gia noto vedendo il suo sito. Poi, sono due mesi che ho come sfondo del desktop una sua foto e penso che rimarrà ancora a lungo. Ricordo che la mostra chiuderà il giorno 8 gennaio 2006; se vi capita fate un giro.
Dopo aver letto sulla homepage della mostra un PDF (scritto da Mauro Fiorese) che ne descrive brevemente i contenuti, ho pensato che potesse essere una cosa positiva riportarlo a futura memoria. foto

Solitamente si inizia a valutare il lavoro di un artista partendo dall'analisi dei contenuti e dalla valenza estetico - tecnica delle sue opere. Se, da una parte, credo fermamente nel "colpo di fulmine" come sintesi rivelatrice del magico e complesso rapporto opera-fruitore, sono altrettanto convinto che troppo spesso, e soprattutto in riferimento ad opere d'arte fotografiche, ci si dimentichi che un'immagine (così come un dipinto o un'istallazione) vive e convive anche con il proprio titolo e che, per non fare un torto all'autore, andrebbe sempre menzionata con il suo esatto "nome". Se osserviamo attentamente e in toto le immagini di Michael Kenna, scopriremo che tutti i titoli delle sue opere sono caratterizzati da una duplice dicitura: nella prima parte l'autore esprime evocazioni o semplici suggerimenti indiziali ("Children of the Trianon", "Still waters", "six p.m.") ma anche citazioni e omaggi ("tempus fugit", "arigato sugimoto-san"). Nella seconda parte del titolo, invece, troviamo l'esatta descrizione del luogo e dell'anno in cui il soggetto è stato fotografato (Wakkanai, Hokkaido, Japan. 2004). I titoli sembrano prima suggerire e immediatamente dopo confutare ciò che l'occhio dell'artista ha saputo visivamente tradurre partendo da una circostanza realmente esistita ma decisamente trasfigurata dalla propria sensibilità. Sembrano concepiti in perfetto equilibrio tra l'idea di linguaggio funzionale e linguaggio creativo: la DIDASCALIA, tanto cara al reporter, che conformemente alla tradizionale "legge delle cinque W" (Who, What, Why, Where, When) aggiunge informazioni probatorie sulla veridicità dell'evento da lui vissuto e fotografato, convive con quelle semplici e apparentemente vaghe PAROLE che, al contrario, tentano solo di aggiungere sensazioni (non informazioni) e mistero (non prove) ai momenti vissuti nella quotidiana esistenza. Così come ci hanno già dimostrato le splendide foto-poesie di Allen Ginsberg o i foto-racconti di Duane Michals - solo per citarne alcuni - in cui proprio le parole scritte direttamente sulle stampe diventano ingrediente fondamentale e un unicum con l'opera stessa. Spesso, inoltre, accade che tra una e l'altra dicitura compaia anche la parola "Studio": Study 2, Study 8, 21, 45, 82, 100... quasi a sottolineare che l'immagine che stiamo guardando è il frutto di una delle innumerevoli riflessioni attuate dall'autore durante i suoi lunghi e solitari viaggi alla ricerca di qualcosa che i nostri occhi, spesso troppo distratti, non sono stati capaci di scoprire.

Kenna è un mediatore, uno straordinario traduttore poliglotta capace di comprendere e immedesimarsi in luoghi e culture così lontani da apparirci spesso scontati anche a causa delle migliaia di immagini-clone che quotidianamente si impongono ai nostri occhi e inaridiscono la nostra immaginazione invece di stimolarla. Un artista capace di rinunciare alla velocità per sintonizzarsi su canali di pacifica e rispettosa convivenza con i luoghi da lui visitati e studiati. Lontano da periodi e da orari dettati da quegli automatismi che ci portano a muoverci tutti contemporaneamente e convulsamente, per farci scoprire ciò che non abbiamo mai avuto nemmeno il tempo di notare. Lontano dall'inquinamento visivo e acustico delle metropoli per riscoprire luoghi e rumori ormai dimenticati. Da cercare e ascoltare, non da subire. Michael Kenna guarda a questi luoghi da inaspettati punti di vista fisici e mentali e lo fa muovendosi in certi momenti della giornata in cui la luce deve ancora manifestarsi per plasmare quei soggetti che sono solo dei concetti immateriali e praticamente invisibili. Il linguaggio di Michael Kenna è fuori dalle mode, non "fuori moda" solo perché, come alcuni asseriscono, romanticamente ancorato alla fotografia analogica e non ancora catapultato nel mondo del digitale. Anche se entrambe le vie portano a risultati potenzialmente simili e comunque emozionanti, egli sceglie la via della riflessione e dell'argento a quella dell'impetuosa cavalcata sull'onda dei pixel. Con il tempo si è forgiato uno stile indiscutibile e inconfondibile, osservando il mondo con lo sguardo dello scultore che di fronte al blocco di marmo sa già dove vuole arrivare ma sa anche che quello che sta per intraprendere sarà un lungo e difficile percorso. Dalla penombra dei luoghi in cui fisicamente si trova, Kenna parte per un viaggio che non si esaurisce mai dopo i suoi lunghi click ma continua anche più tardi in un luogo altrettanto buio, la Camera Oscura, dove alla flebile presenza di una lampadina rossa il fotografo si trasforma in stampatore per rivedere e ridonare nuova luce a ciò che aveva già osservato. O forse solo immaginato.

Mauro Fiorese


La foto è presa dalla homepage della mostra e si intitola: TREE PORTRAIT, Study 1, Wokato, Hokkaido, Japan. 2002